AICOM N. 100 – ACCERTAMENTI FISCALI RETROATTIVI


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A CURA DEL VICEPRESIDENTE MARCO LARASPATA

Diversi anni fa hai ricevuto dei soldi da una persona, senza però dichiararli al fisco. Si è trattato del canone di affitto per una casa vacanza e del compenso per una prestazione professionale. Di tali importi non c’è dunque alcuna traccia nelle tue dichiarazioni dei redditi. L’Agenzia delle Entrate sembra non essersi accorta di tale “irregolarità”, per quanto il denaro ti sia stato bonificato sul conto corrente e quindi sia facilmente tracciabile. Di recente, però, alcuni tuoi colleghi di lavoro hanno subìto dei controlli per il medesimo anno di imposta nel quale hai commesso l’evasione. Ti chiedi se sia possibile agire con così tanto ritardo, se cioè siano validi o invece contestabili gli accertamenti fiscali retroattivi, fatti sul passato.  In definitiva vuoi sapere se, e dopo quanto tempo, l’Agenzia delle Entrate può eseguire dei controlli sulle dichiarazioni dei redditi degli anni addietro, sui conti correnti bancari (e, quindi, sui bonifici ricevuti o sui contanti versati) e sulle fatture.

Se questo è il tuo problema, qui di seguito di forniremo tutte le spiegazioni di cui hai bisogno. Ti diremo cioè, in caso di controlli fiscali, a quanti anni prima l’amministrazione può risalire in modo da tassare i redditi percepiti, e non dichiarati, nel passato. Perché, come già puoi ben immaginare senza leggere le successive righe, anche per una macchina ben organizzata come il fisco è impossibile passare in rassegna, in solo dodici mesi, le dichiarazioni dei redditi di tutti i cittadini. E in Italia – anche questo non è un fatto ignoto – la strutturale carenza di organico degli uffici pubblici rallenta tutte le attività di verifica. È vero: da quando ci sono i computer, gli accertamenti fiscali retroattivi sono più puntuali e meno casuali: vengono stabilite delle liste di contribuenti che presentano un maggior rischio di evasione e, in più, le comunicazioni telematiche consentono di sapere in tempo reale quali sono le movimentazioni bancarie in entrata o in uscita. Ciò nonostante non si può vivere sempre con la spada di Damocle di un controllo sui propri redditi: per cui è la stessa legge a fissare un termine massimo entro cui l’accertamento può avvenire. Ebbene, di tanto parleremo qui di seguito.

Accertamenti fiscali retroattivi: cosa sono?

Innanzitutto facciamo una precisazione terminologica. Viene spesso usata l’espressione “accertamenti fiscali retroattivi” per riferirsi ai controlli sui redditi percepiti negli anni anteriori a quelli in cui avviene il controllo stesso. Per quanto la definizione non sia precisa sotto un profilo giuridico (né si trova riportata nei manuali di diritto tributario), essa rende benissimo l’idea. Né potrebbe essere altrimenti. Ecco il perché. L’accertamento fiscale, per sua stessa natura, viene eseguito sul passato; difatti la dichiarazione dei redditi deve essere presentata all’incirca verso la metà dell’anno successivo a quello in cui i redditi sono percepiti dal contribuente. Questo significa che, ad occhio e croce, l’Agenzia delle Entrate può passare al tappeto tali documenti, e fare magari i controlli incrociati, non prima di due anni dal loro invio. Ecco quindi che l’accertamento interviene già di per sé in ritardo rispetto al momento in cui il contribuente ha ricevuto i soldi “in nero”.

Quel che però la legge vieta è di applicare, in modo retroattivo, delle leggi nuove a situazioni passate, anteriori cioè rispetto alla data in cui sono entrate in vigore. Facciamo un esempio. Immaginiamo che venga stabilita una più grave sanzione amministrativa per chi non dichiara il contratto di affitto. Una norma di questo tipo non potrebbe applicarsi alle evasioni già consumatesi in precedenza, quando ancora i contribuenti non potevano sapere della riforma. In questo caso un accertamento fiscale retroattivo sarebbe illegittimo. Salvo casi eccezionali, la legge – specie quella fiscale – non può mai decidere sul passato ma solo sul futuro. A importo è la stessa “certezza del diritto”: non si può essere puniti per un fatto che, all’epoca in cui è stato commesso, non si sapeva essere un illecito o veniva sanzionato con un trattamento più tenue.

A quanti anni indietro può risalire un controllo fiscale?

Detto ciò, vediamo a questo punto entro che limiti e termini l’Agenzia delle Entrate può effettuare un accertamento fiscale sul passato. Questo concetto, in termini giuridici, viene chiamato decadenza. In altri termini, l’amministrazione finanziaria ha un termine massimo entro cui può eseguire le verifiche, scaduto il quale ogni controllo “decade” e diventa quindi illegittimo. Superato dunque il termine di decadenza fissato dalla legge, il contribuente – seppur ha evaso in mala fede – può stare tranquillo.

Potremmo così dire che il decorso del tempo è la difesa migliore per chi ha barato sulla dichiarazione o non l’ha presentata affatto.

La decadenza viene fissata in modo diverso a seconda della gravità della condotta e della difficoltà per gli uffici di rilevare l’evasione. Esistono due termini diversi:

Per le evasioni successive al 1° gennaio 2016

  • ci sono cinque anni per effettuare un accertamento nei confronti di chi ha presentato la dichiarazione dei redditi ma senza riportarvi alcuni redditi percepiti (ad esempio dei corrispettivi non fatturati) o indicandoli in misura inferiore a quella effettiva (ad esempio un canone di affitto, percepito in nero, superiore rispetto a quello dichiarato nel contratto registrato):
  • ci sono sette anni per gli accertamenti nei confronti di chi non ha presentato affatto la dichiarazione dei redditi (pensa a un contribuente rimasto per anni completamente sommerso perché non ha mai dichiarato un reddito al fisco o a chi, per uno o pochi anni, ha “omesso” di inviare la dichiarazione).

In entrambi i casi il termine decorre dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione dei redditi o doveva essere presentata.

Quindi, tanto per fare un esempio, se nel 2018 hai percepito un compenso che non hai dichiarato, poiché questo deve essere riportato sulla dichiarazione dei redditi del 2019, l’amministrazione ha tempo fino al 2024 per effettuare l’accertamento.

Per le evasioni anteriore al 1° gennaio 2016

  • ci sono quattro anni per i redditi non dichiarati;
  • e cinque anni per le dichiarazioni dei redditi omesse.

Pertanto, per le evasioni compiute del 2015 si rischia fino a massimo il 2019, mentre per quelle dal 2014 a ritroso i termini per i controlli sono già scaduti.

Accertamenti fiscali sui conti correnti

Le regole che abbiamo appena elencato si applicano a qualsiasi tipo di controllo fiscale, anche a quelli sui conti correnti. Ad esempio se hai ricevuto, con un bonifico, un pagamento che non hai dichiarato rischi un controllo fino a cinque anni che decorrono dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello di presentazione della relativa dichiarazione dei redditi.

In particolare, l’avviso di accertamento – ossia l’atto con cui l’Agenzia delle Entrate avvia il procedimento di recupero delle somme evase – deve essere notificato, a pena di decadenza, entro il 31.12 del:

  • quinto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione
  • oppure del settimo anno se si tratta di dichiarazione omessa.

Invece, fino al 2015 (dichiarazioni trasmesse nel 2016), l’accertamento va notificato, a pena di decadenza, entro il quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione, quinto se si tratta di dichiarazione omessa.

Sempre fino all’anno 2015 (dichiarazioni da presentare nel 2016), è in vigore il raddoppio dei termini per violazioni penali.