CASAMICCIOLA, COMUNE CONDANNATO A PAGARE DUE MILIONI ALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO


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Una vera e propria mazzata. “Il Tribunale in composizione monocratica, pronunciando sull’apposita proposta, con atto di citazione notificato in data 8 aprile 2015, dal Comune di Casamicciola Terme, ai sensi dell’art. 3 del r.d. n. 639/1910, avverso l’ingiunzione di pagamento n. 48 del 26 febbraio 2015, emessa dalla presidenza del Consiglio dei Ministri-Unità tecnico/amministrativa, così provvede: a) rigetta l’opposizione; b) condanna il Comune di Casamicciola Terme al pagamento, in favore della presidenza del Consiglio dei Ministri unità tecnico amministrativa delle spese del giudizio, che liquida in complessivi euro 22.758,00 per compensi professionali oltre rimborso spese forfettarie in ragione del 15 per cento iva e cpa come per legge”. Finisce così un dispositivo che è una vera e propria spada di Damocle che si è abbattuto sul Comune di Casamicciola, che dovrà rimborsare alla presidenza del consiglio una somma di denaro consistente in due milioni di euro, che di questi tempi certamente non sono bruscolini. La X Sezionr Civile del Tribunale di Napoli così si è espressa in merito al braccio di ferro giudiziario tra l’ente termale e la predetta presidenza del Consiglio, raccontando ovviamente anche tutte le tappe di una vicenda a dir poco complessa e controversa. I cui fatti, va precisato, risalgono a un periodo compreso tra il 2005 e il 2009, quando la somma di cui parleremo tra poco non venne versata all’ente che oggi identificheremmo con la SAPNA.

Di fatto il Comune aveva presentato opposizione contro un’ingiunzione di pagamento per l’importo di 2.021.683,36 di cui 1.346.071,66 per tariffe di smaltimento rifiuti, maturate nel periodo intercorrente tra il 16 dicembre 2005 e il 31 dicembre dell’anno successivo. A fondamento dell’opposizione il Comune di Casamicciola adduceva la carenza di legittimazione dell’unità tecnico amministrativa a richiedere il pagamento dei suddetti crediti essendo la competenza della Regione Campania ma poneva sulla bilancia anche un’altra serie di motivazioni: la propria carenza di legittimazione passiva, essendo tenuta eventualmente al pagamento degli oneri la società Azienda Multiservizi Casamicciola srl, in qualità di gestore del servizio urbano; l’intervenuta prescrizione quinquennale del credito azionato; l’infondatezza nel merito della pretesa su mere fatture e comunque errata nel “quantum”. La presidenza del Consiglio, naturalmente, si opponeva innescando di fatto l’avvio di un contenzioso di natura giudiziaria.  Nel dispositivo si sentenza, sono diversi i passaggi con i quali viene motivato il rigetto dell’opposizione. In particolare, si legge in primis che “pertanto, quando vengono in rilievo questioni meramente patrimoniali, connesse al mancato adempimento di sanzioni pecuniarie, le stesse non sono ricomprese nell’ambito di applicazione della norma citata e rientrano invece nella giurisdizione dell’autorità giudiziaria ordinaria. Nella fattispecie in esame, quindi, poiché è in discussione il pagamento di crediti conseguenti alla suindicata attività di gestione dei rifiuti, senza che rilevino profili inerenti all’organizzazione e all’erogazione del servizio, non vi è dubbio che sussiste la giurisdizione di questo tribunale”. Una precisazione, questa, utilizzata soprattutto per rispedire al mittente alcune eccezioni sollevate dalla difesa dell’ente pubblico, che evidentemente non hanno trovato riscontro e ristoro.

Nella sentenza i giudici ribattono punto su punto, anche quando viene sollevata l’eccezione secondo cui l’ufficio tecnico amministrativo della presidenza del consiglio dei ministri non avrebbe titolo alcuno per pretendere quelle somme. E lo fa in maniera assolutamente chiara: “L’eccezione è infondata – si legge – per comprendere le ragioni per cui non sussiste la dedotta carenza di legittimazione dell’amministrazione opposta, è necessario brevemente riassumere il complesso sistema di riscossione delle tariffe e dei contributi interenti lo smaltimento dei rifiuti, delineatosi nel periodo dell’emergenza rifiuti della Regione Campania. Innanzitutto tale servizio venne affidato, con convenzioni stipulate dal commissario di governo, alle società Fibe e Fibe Campania, cui fu demandato il compito di gestire gli impianti di Cdr e di termovalorizzazione per il periodo indicato in contratto, ricevendo a titolo di corrispettivo la tariffa versata per lo smaltimento dei rifiuti dai Comuni e dai consorzi conferitori”. Non solo, la sentenza rimarca anche come a carico di Comuni e affidatari, in forza di un’ordinanza ministeriale, avessero sancito l’obbligo di pagamento, oltre che delle tariffe di smaltimento, anche di un contributo di ristoro ambientale calcolato in base al quantitativo di rifiuti conferito, destinato ai Comuni sedi degli impianti di smaltimento, da corrispondersi alle affidatarie del servizio in occasione del conferimento dei rifiuti, che avrebbero poi dovuto versarlo ai Comuni beneficiari”. Non solo, il comma 1 dell’art. 2 dell’ordinanza in questione prevedeva inoltre “la corresponsione di una maggiorazione, da calcolarsi sempre in base ai chilogrammi di rifiuti conferiti, destinati al commissario delegato per lo sviluppo della raccolta differenziata”.

Un altro disco rosso per il Comune e la sua difesa arriva da quella che era stata un’altra eccezione presentata, a proposito della quale si legge testualmente: “Del pari infondata è l’eccezione di diritto di legittimazione passiva sollevata dal Comune che ha indicato nella società AMCA il soggetto deputato al pagamento della tariffa di smaltimento dei rifiuti. Al riguardo, infatti, deve evidenziarsi che l’ufficio tecnico amministrativo ha riconosciuto sussistente la legittimazione della predetta società limitatamente al periodo in cui la stessa ha provveduto per conto del Comune ad effettuare i conferimenti dei rifiuti presso gli impianti di smaltimento, vale a dire per il periodo ante 2005. Invece, poiché le fatture azionate riguardano il periodo compreso tra il 31 dicembre 2005 e il 31 dicembre 2009, l’opposta ha individuato nel Comune il soggetto tenuto al pagamento avendo lo stesso provveduto direttamente al conferimento dei rifiuti. Ne deriva, pertanto, che a fronte di tale specifica allegazione, era onere dell’opponente provare che il conferimento dei rifiuti era avvenuto da parte dell’AMCA anche per il periodo successivo al 2005, il che, invece, non è avvenuto. E’ infatti un dato acquisito che l’attività di conferimento e dunque il pagamento delle relative tariffe, è di pertinenza dei Comuni in vesti di enti conferenti i rifiuti destinati ai siti di smaltimento e che a questi sono assimilabili i relativi consorzi e gli altri affidatari che abbiano eseguito i conferimenti per conto dei Comuni incaricanti”.

Come  accennato, il Comune di Casamicciola ha provato a giocarsi la carta della sopravvenuta prescrizione, ma anche qui ha trovato le porte sbarrate da parte del Tribunale Civile che nella sua sentenza è parimenti categorico: “Nemmeno è fondata l’eccezione di prescrizione formulata dall’opponente.  L’eccezione non è suscettibile di accoglimento atteso che il credito azionato non è soggetto alla prescrizione breve quinquennale. Infatti non può dubitarsi il fatto che la tariffa di smaltimento abbia valore di corrispettivo, costituendo il prezzo che i Comuni sono tenuti a pagare al gestore dell’impianto di smaltimento dei rifiuti per l’espletamento del servizio. Così configurata, pertanto, l’obbligazione in questione, avendo titolo direttamente nella legge o in atti ad essa assimilati quali le ordinanze commissariali, non può che essere soggetta alla prescrizione ordinaria”. E non è tutto perché i giudici rincarano la dose aggiungendo che “nemmeno coglie nel segno l’eccezione di carenza di motivazione del provvedimento opposto che, a dire del Comune, sarebbe privo degli elementi essenziali per l’esercizio del diritto di difesa, in quanto l’amministrazione si sarebbe limitata a indicare una serie di fattura poste a fondamento dell’ingiunzione, senza però nemmeno indicarne l’importo”. Dopo una serie di ulteriori precisazioni arriva anche la cosiddetta ciliegina sulla torta, che anticipa la decisione: “Del tutto generica, infine, la contestazione relativa all’applicazione degli interessi moratori in misura superiore al tasso legale come previsto dall’ordinanza commissariale n. 175/2001, non avendo l’opponente esplicitato in alcun modo i profili di illegittimità del provvedimento che, a suo avviso, dovrebbero comportarne la disapplicazione, non avendo neppure fatto riferimento alle norme di legge che l’ordinanza in parola avrebbe violato. Alla stregua delle considerazioni svolte, pertanto, l’opposizione proposta non può che essere rigettata”.