I 40 ANNI DI SACERDOZIO DI DON GAETANO


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Un traguardo importante, quello dei 40 anni di sacerdozio, che Don Gaetano Pugliese ha festeggiato nei giorni scorsi. In una intervista al quotidiano Il Golfo ripercorre le motivazioni che lo portarono alla scelta di consacrare la propria esistenza a Gesù e valuta l’evoluzione della chiesa ischitana in questi decenni: «Certo, è cambiata la nostra chiesa in questi anni, ma ancora non tanto. In un contesto sociale che cambia in fretta, tanti, per difendere i propri valori cristiani, si attaccano alle forme culturali in cui li hanno ereditati e possono perdere il treno della storia. Nella nostra isola sono nati e si stanno sviluppando nuovi cammini di fede che hanno portato e donano il proprio contributo alla nostra comunità ecclesiale. Preti e laici, con la nuova presenza dei diaconi sposati – ancora da ben valorizzare – hanno iniziato a rapportarsi in modo nuovo, nel segno della corresponsabilità che dal Concilio in poi è stata auspicata. Prima del rapporto parroco–fedele-cristiano, c’è il rapporto fra fratelli. Dico solo i dati reali di tale cambiamento: sono da anni diversi i laici, uomini e donne, che sono responsabili di uffici della curia diocesana (impensabile 40 anni fa!), ogni parrocchia oggi si organizza con gli organismi di comunione, in cui i laici sono non solo collaboratori, ma corresponsabili di tutti gli aspetti della vita della comunità. Tutti siamo impegnati a vivere e a testimoniare che il vangelo è bello oltre che buono, che cambia la mia vita personale e quella sociale. La doppia faccia non ha più alloggio»E racconta anche come visse il terremoto di due anni fa: «Quella sera ero in parrocchia a colloquio con una persona. La botta era grossa , ma non c’erano danni visibili. Subito telefonai a d. Raffaele, con cui abitavo alla Sentinella, e corsi a casa, essendo egli cardiopatico e anziano e preparammo la notte all’esterno, nel giardino, sotto i rumori degli elicotteri e dei mezzi di soccorso. Ci informavamo con i vicini. L’indomani salii per le pietre cadute di via Ottiringolo e raggiunsi piazza Maio per rendermi conto e condividere.  Ho ripetuto più volte quanto il card. Gualtiero Bassetti, nella sua visita, disse all’omelia, rifacendosi alla sua infanzia nella grande guerra: ciò che ci ha fatto andare avanti è stato condividere quel poco che avevamo. Fare i furbi, pensare solo a se stessi, non porta avanti, a tutti i livelli; per la ricostruzione  occorre pensare all’oggi partendo dal futuro. Quando tante cose crollano, rifiorisce una sapienza in noi che ci fa ripartire dall’essenziale, che è l’amore, l’amore vero che unisce».