SCARICHI ALBERGHIERI, SECONDO UNO STUDIO SONO ASSIMILABILI A QUELLI DOMESTICI


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La problematica relativa all’interpretazione e applicazione delle normative concernenti la classificazione degli scarichi alberghieri da anni non fa dormire sonni tranquilli agli imprenditori del settore. Qualche giorno fa, la decisione di dissequestrare le due piscine poste sotto sigillo dalla Procura presso l’hotel La Scogliera si è fondata anche su un parere tecnico altamente qualificato, emesso lo scorso 15 novembre dal Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”. Si tratta di una relazione dettagliata e documentata relativa alle procedure di trattamento degli impianti di contro lavaggio, alla luce degli ultimi decreti di sequestro preventivo e della relazione  dell’Arpac n. 72/CR/2016 del  giugno 2016. Nella relazione, firmata dal professor Francesco Alberti,  «presa visione delle modalità di trattamento dei reflui derivanti dal lavaggio periodico dei filtri delle piscine termali e di acqua dolce nell’intento di contribuire alla chiarezza scientifica sulla problematica», viene dapprima fatta una premessa tecnico-normativa, spiegando che «con il D.Lgs 152/06 si regolamenta, con un’ottica integrata e completa per le matrici ambientali, ogni possibile atto che possa compromettere lo stato di salute ambientale a tutela delle risorse oggetto di impatto antropico; il su menzionato D.Lgs, per le sue finalità, ammette lo scarico di reflui derivanti dalle attività umane classificandoli per tipologia (urbano, industriale, agricolo e domestico); nel caso di scarichi industriali caratterizza le varie tipologie in funzione della varietà di lavorazione da cui hanno origine; nel caso di scarichi urbani ne classifica le principali caratteristiche, in termini di valori ammissibili di parametro, atte al loro libero sversamento nei corpi recettori (mare, laghi, fiumi, suolo); i limiti di parametro relativi sono riportati nella tab.3 e 4 del D.Lgs. sopra citato; a salvaguardia dei corpi idrici recettori i limiti previsti per i reflui industriali sono ben più variegati e rigorosi in quanto contenenti analiti non biodegradabili, accumulabili e tossici; per taluni scarichi è ammessa l’assimilazione a quelli di origine civile purché abbiano caratteristiche simili e/o siano preventivamente trattati al fine di rispettare gli stessi limiti dei reflui urbani a cui vanno equiparati; quindi eliminando o riducendo drasticamente il loro potere tossico per l’ambiente». Successivamente, il documento spiega che «la regolamentazione regionale (6/2013) ammette l’assimilazione a refluo domestico di quelli derivanti dal lavaggio dei filtri delle piscine, di acque dolci e termali, a riciclo d’acqua purché trattate mediante appositi impianti efficaci e adeguati, in modo da ottenere reflui con caratteristiche chimico-fisiche tali da essere, appunto, assimilati ai reflui domestici». Il documento poi passa in primo luogo a «valutare sinteticamente  le tipologie di interventi che usualmente vengono attuati nella conduzione delle piscine termali ai fini della loro corretta gestione. Oltre le basilari norme igienistiche, quali l’idoneo riciclo delle acque, la pulizia delle superfici, il dimensionamento in funzione della numerosità degli utenti, la conoscenza ed il controllo del comportamento degli utenti vengono comunemente impiegati, laddove necessario, i seguenti additivi: disinfettanti, alghicidi, correttori di pH, correttori di durezza, flocculanti». Per quanto riguarda nel dettaglio le piscine a ricircolo d’acqua, viene spiegato che  «le problematiche derivanti dal loro utilizzo conseguono l’incremento dei solidi sospesi e la presenza di adiuvanti e disinfettanti. Per ridurre le loro concentrazioni, nella gestione della piscina, l’acqua di ricircolo deve essere accuratamente filtrata a mezzo di filtri, in genere a sabbia, prima della loro reimmissione in vasca: detti filtri, con periodicità prefissata, devono essere sottoposti a lavaggio per garantirne la perfetta efficienza». Questi reflui prodotti dal lavaggio «costituiscono i “reflui industriali” della gestione delle piscine; in base alla regolamentazione regionale (6/2013), in ottemperanza del D.Lgs 152/06, tali reflui sono assimilati a quelli domestici purché siano trattati con idonei processi al fine di ridurre o eliminare soprattutto i solidi sospesi, assorbire alghicidi e flocculanti e ridurre il tenore di Cloro attivo ai limiti previsti dalla normativa: 0,2 mg/L e 0,3 mg/L rispettivamente per lo scarico nei corpi idrici superficiali ed in pubblica fognatura. Inoltre, trattandosi di acque termominerali, la norma consente la variazione dei parametri chimico-fisici entro il ± 10% tra le acque prelevate e quelle scaricate, al pari dei reflui termali». La relazione specifica che per quanto concerne le strutture isolane «é comunemente diffuso il sistema di trattamento delle acque di controlavaggio dei filtri delle piscine consistente generalmente in: filtrazione, con filtri a cartuccia o sedimentazione per l’eliminazione dei solidi in sospensione (in alcune realtà il processo avviene per sedimentazione); declorazione ai limiti di legge per lo scarico in fogna». La filtrazione «prevede la filtrazione per mezzo di cartucce specifiche che trattengono il materiale in sospensione; in alcune realtà si attua il processo con sistemi di sedimentazione. In entrambi i casi si ha la concentrazione di componenti organici e non, trattenuti dal refluo e quindi sono da considerarsi il concentrato del particolato delle acque di piscina e perciò rifiuto speciale, che viene correttamente smaltito, con periodicità prefissata, a mezzo di ditte specializzate». Per quanto riguarda la declorazione, essa viene attuata con diverse tecniche: «convogliando il refluo in appositi silos statici; inviando il refluo in silos in areazione forzata; verificando a mezzo sonda il tenore di cloro residuo e, in caso di eccesso rispetto alla norma, trattamenti chimico con riducenti; comprendente una filtrazione  per carbone attivo». Tale processo di declorazione, secondo il Dipartimento di Biologia, «attuato come descritto, è certamente facilitato dal fatto che il controlavaggio dei filtri-piscina viene effettuato a fine giornata, quindi con piscina interdetta all’uso degli utenti quindi con un tenore in cloro residuo già limitato. Con tutte le tecniche descritte il tenore di cloro attivo decade nei limiti consentiti dalla normativa per strippaggio, correzione chimica o filtrazione con carboni attivi; anche le sostanze organiche, comunemente presenti nelle acque di piscine fruite dall’utenza, contribuiscono al rapido decadimento del tenore di Cloro attivo. In ogni caso tutti i trattamenti permettono al refluo di  ottemperare il limite previsto dalla normativa vigente per lo scarico in pubblica fognatura (tab 3 del D.Lgs 152/06 prima ricordato)». Alla fine del processo, prima di smaltire il tutto nelle fognature, « viene effettuato un rigoroso controllo del tenore di cloro residuo seguendo le regole dell’autocontrollo». I trattamenti possibili dal punto di vista tecnico scientifico sono numerosi, come viene spiegato nella relazione: «filtrazione con letti a sabbia, chiariflocculazione, declorazione con sostanze riducenti, ecc.; ciascuna con pregi e difetti e con la medesima finalità: assimilare il refluo di contro lavaggio dei filtri a quello domestico». Un’affermazione significativa da parte del Dipartimento è quella secondo cui «senza entrare nello specifico della norma, ma seguendo la logica scientifica, si manifesta che i sistemi adottati hanno una resa, in termini di abbattimento, pari a quello di impianti automatizzati». In sostanza, «le cartucce di filtrazione e la stasi del refluo nei silos sono più che sufficienti, se correttamente gestite, all’abbattimento dei possibili contaminanti, del particolato e del cloro residuo in eccesso». Non meno importante l’osservazione secondo cui «la norma nazionale e regionale non sembra imporre l’adozione obbligatoria di specifici sistemi di trattamento mirando al risultato finale: la riduzione di eventuali inquinanti o composti che possono incrementare l’impatto del refluo industriale riducendolo ed assimilandolo a quelli domestici. Da sottolineare, quindi, che con questo sistema non vi è un aggravio per gli ecosistemi di ulteriori composti rappresentati proprio dal non utilizzo di neutralizzante chimico».

Il documento si conclude ribadendo che, «presa visione della relazione Arpac, e dai provvedimenti presi dalla Magistratura, sulla base delle conoscenze scientifiche e tecniche sopra riportate, i sistemi di trattamento adottati nelle piscine oggetto dei provvedimenti innanzi detto hanno una resa, in termini di abbattimento, pari a quello di impianti automatizzati e permettono, quindi, l’assimilazione del refluo trattato ai liquami domestici». Un’affermazione dunque importante anche in prospettiva futura, per le strutture alberghiere isolane, pur con una precisazione doverosa: «Ovviamente, al pari di tutti gli impianti di trattamento, è fondamentale la gestione del sistema con la cura dei tempi, del turnover delle cartucce filtro, della rimozione periodica di eventuali melme di fondo nei silos statici, ecc.; nonché dei controlli analitici terminali». Viene poi formulata un’ultima considerazione circa l’aspetto relativo alla declorazione: « Il mancato uso di composti chimici nel processo, laddove si preferisce abbattere il Cloro attivo per strippaggio (conseguenza della stasi del refluo nei silos e/o dell’areazione forzata in silos dinamici), comporta un minore impatto per il corpo recettore; infatti un eccesso di riducenti, cosa che normalmente si verifica negli impianti che ne fanno uso, comporta riduzione del tenore di ossigeno disciolto nel corpo idrico recettore e, quindi, negli impianti di trattamento presenti sull’isola; anche se i volumi sono limitati e l’impatto complessivo è trascurabile».