Torture, violenze e revenge porn: i tre giovani ischitani incastrati (anche) dall’analisi forense dei cellulari

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Nonostante la tranquillità della nostra isola, la cronaca recente ha portato alla luce una vicenda drammatica e sconvolgente avvenuta a Ischia, dove tre giovani del posto sono stati raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dalla Procura della Repubblica di Napoli. L’indagine, condotta dagli agenti del commissariato di polizia guidati dal vicequestore Daria Alfieri, ha fatto luce su un quadro di inaudita violenza consumato ai danni di un ventenne affetto da un lieve ritardo mentale. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la vittima è stata ripetutamente sottoposta a vessazioni, aggressioni fisiche e abusi sessuali di gruppo da parte dei coetanei, i quali hanno immortalato ogni singolo atto degradante attraverso i propri smartphone per poi diffondere i filmati tramite chat di messaggistica. Il gip ha evidenziato la gravità inaudita dei capi d’accusa, che comprendono i reati di tortura in concorso, violenza sessuale continuata e di gruppo aggravata, violenza privata e diffusione illecita di video sessualmente espliciti. La svolta investigativa è avvenuta quando il giovane, vincendo la paura e la profonda situazione di soggezione, si è presentato negli uffici di polizia per sporgere denuncia, consegnando agli inquirenti gli elementi chiave per avviare le perquisizioni. L’analisi forense dei dispositivi elettronici sequestrati ha confermato la veridicità del racconto, svelando una sequenza di episodi raccapriccianti avvenuti durante la notte in luoghi isolati, come il bagno di un centro scommesse, un’autovettura e un parcheggio periferico. Ciascuno degli indagati avrebbe ricoperto un ruolo ben preciso all’interno del branco, alternando percosse con cinture, minacce, immobilizzazioni e costringendo il ragazzo a subire atti umilianti senza alcuna possibilità di difesa o di fuga. Il giudice ha sottolineato come la derisione e la condivisione dei file multimediali abbiano trasformato la sofferenza della vittima in un divertimento collettivo, escludendo misure alternative al carcere a causa dell’elevato pericolo di reiterazione del reato e della particolare vulnerabilità del giovane.